Il castello di Mirabello nell'Alto Medioevo

Le recenti campagne di scavo effettuate sulla collina di Noal di Sedico hanno offerto la prova di un utilizzo del rilievo in epoca protostorica come sede di un castelliere abitato tra le età del bronzo e del ferro, mentre risulta essere stato abbandonato durante tutta l'epoca romana per tornare ad essere di nuovo oggetto di un insediamento fortificato tra Tardo Antico e Alto Medioevo. Questo il dato archeologico, che ha in parte confermato ma anche stimolato l'indagine storica per verificare la possibilità di meglio definire le coordinate di tale ultima fase.

Frammento di catino decorato con cordolo plastico e ornato ottenuto a pettine

Il problema metodologico era sostanzialmente quello di trovare il modo per provare l'identificazione tra il castello di Mirabello citato da alcune fonti documentali e letterarie tra la fine del XII e il XVII secolo e i resti delle fortificazioni rinvenute a Noal.

Un'analisi delle fonti ha consentito preliminarmente di mettere a fuoco quanto era stato tramandato in merito al castello di Mirabello, una fortificazione eretta - secondo lo storico bellunese di fine '500 Giorgio Piloni - da Goti e Alamanni durante le guerre gotiche, cioè nel VI secolo dopo Cristo. Tale fortezza, posta lungo la linea di confine che separava i due Municipi romani e poi le due diocesi di Belluno e di Feltre, non è mai citata dai diplomi imperiali o papali che elencano i castelli bellunesi, il che già lascia supporre che si trattasse di una fortificazione minore. Viene ampiamente e ripetutamente citata, invece, nelle cronache - tutte di parte bellunese - relative alla guerra che tra 1193 e 1197 contrappose i vescovi di Belluno e Feltre, da una parte, alle mire espansionistiche del Comune di Treviso, che attraverso la complessa politica matrimoniale ed ereditaria dei molti rami della famiglia da Camino si era ritrovato a controllare, nel 1193, una linea di fortificazioni che di fatto divideva in due la Val Belluna, separando Belluno e Feltre: dal passo di San Boldo arrivava infatti a raggiungere i primi ospizi della Val Cordevole attraverso i castelli di Zumelle e Casteldardo in sinistra Piave e di Mirabello, Landrìs e Mis in destra Piave.

Frammento di olla con decorazione a pettineDopo ripetute rimostranze e al termine di ogni possibile appello alle autorità superiori per una soluzione pacifica della vertenza, il vescovo di Belluno Gherardo de Taccoli decise di ricorrere alle armi con una campagna militare che si svolse nella primavera del 1196 e la cui cronaca -in più versioni- è stata tramandata da numerose fonti bellunesi. In sostanza, il castello di Mirabello vi viene citato come la prima fortezza attaccata dai bellunesi appena usciti dalla città e la sua presa non comportò la cattura di nessun prigioniero, a differenza di tutte le altre conquiste successive. La stessa sequenza, che fa cadere prima Mirabello e Landrìs per poi vedere i bellunesi passare di notte il Piave per attaccare Casteldardo, Zumelle, San Boldo e Quero lascia già ben aperta la possibilità di identificare il castello di Mirabello del 1196 con i resti ritrovati a Noal, ma un ultimo dubbio sarebbe ancora lecito sulla base del più antico documento pervenuto, un atto di donazione del 1233 con cui il vescovo di Belluno Ottone regalò al nuovo monastero cistercense di S. Gervasio una serie di beni tra cui un podere situato “in plebe Sedici prope Mirabellum in loco qui dicitur ad Sanctum Vitum”. Il problema sta nel fatto che entro i confini dell'attuale (e dell'antica) Pieve di Sedico non c'è e non risulta esserci mai stata una chiesa dedicata a San Vito, così come neppure un sacello o un altare. Sulla base di questa contraddizione apparente alcuni storici trevigiani di fine Ottocento e inizio Novecento hanno proposto di identificare il Mirabello della guerra del 1196 con una fortificazione che sorgeva a San Vito di Valdobbiadene, in territorio trevigiano, al di là del rilievo prealpino che separa la Val Belluna dalla pianura veneta.

Le fonti bellunesi, invece, non solo dimostrano attraverso la sequenza dei fatti d'arme che è molto più plausibile la collocazione di Mirabello nelle immediate vicinanze di Belluno, ma offrono anche una serie di documenti in grado di confermare l'identificazione tra il castello distrutto nel 1196 e le fondamenta ricomparse a Noal. In particolare, una serie di documenti cinquecenteschi comprendente gli statuti delle regole, cioè delle comunità rurali, di Giamosa e Baldeniga e l'estimo veneziano del 1563, corroborati dal catasto dei beni del monastero di S. Gervasio del 1664, confermano che la citata donazione del 1233 si riferiva ad un manso (con le sue pertinenze) ritagliato all'interno di un territorio fittamente boscato che andava dal castello di Mirabello, ad ovest, fino alla chiesetta di S. Vito di Mier, ad est, secondo la logica medievale che attribuiva alle nuove fondazioni monastiche terreni particolarmente aspri o paludosi o comunque vergini perché i monaci li dissodassero aprendoli all'uso. Tale è il ruolo testimoniato ancora dal nome stesso di Noal, cioè novale, termine tecnico per definire un terreno agricolo ricavato ex novo dal disboscamento di una zona prima non antropizzata.

 

La guerra tra Bellunesi e Trevigiani si era conclusa, nel 1197, con la morte in battaglia del vescovo Gherardo e la successiva unificazione delle due diocesi di Belluno e Feltre, fusione che durò fino alla seconda metà del XV secolo e rese inutili le vecchie fortezze di confine come Mirabello, che infatti non fu più riedificata e il cui stesso ricordo andò via via sfumando nei documenti dei secoli seguenti fino a perdersi definitivamente nel corso del XVII secolo.

Estimi cinquecenteschi e catasto seicentesco, comunque, offrono ancora una serie di microtoponimi che testimoniano l'esistenza di numerosi resti murari in un'area più vasta di quella cui si è dovuto limitare il recente scavo, aprendo la strada per future campagne.

Marco Perale

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